Vittore Antonio Cargnel: una pittoresca storia di campane

Le campane, per loro natura, sono oggetti destinati a trascendere i tempi, a superare la durata dell’esistenza di ciascuno di noi, a divenire perenne monumento e ricordo di coloro che le hanno fuse e delle comunità che hanno contribuito alla loro produzione. Anche le fonderie sono spesso, nella lunga e tortuosa storia dell’arte fusoria, realtà plurisecolari, frutto di lunghe linee di successione di arte e tecnica che venivano tramandate di generazione in generazione. Tutto questo ha un grande movente: la viscerale e autentica passione per un’arte complessa, capace di creare vere e proprie sculture sonore.

Fu proprio questo “fuoco” vivo e trascinante a spingere il pittore Vittore Antonio Cargnel (1872 - 1931) a cimentarsi nel 1903 nella fusione di un gruppo di 3 campanelle oggi custodite, come unica e quasi gelosa memoria di questa breve ma affascinante impresa, in un piccolo tempietto di contrada immerso nel verde della campagna veneta a Padernello, frazione di Paese (TV).

Una storia quasi da romanzo quella del Cargnel, dove il personaggio principale è lui stesso, epitome dell’uomo eclettico e poliedrico che popolava quel florido periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Nato a Venezia il 26 gennaio 1872 da famiglia agiata, Vettore (poi modificato in Vittore) Antonio Cargnel vive fin da ragazzo due passioni: una, la pittura, che diventerà il suo mestiere per tutta la sua esistenza, e un’altra, la musica, vero e proprio fil rouge della sua vita.

Affermatosi come buon pittore simbolista e abile paesaggista dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, continua a coltivare, grazie all’agio di famiglia e a quello acquistato negli anni, la passione per la musica e una sua particolare declinazione: la fusione di campane, a cui arriverà a dedicare una tela nel 1906. Questo suo singolare interesse lo spingerà prima a collaborare, acquisendone le conoscenze, con la Fonderia Artistica Munaretti di Venezia tra il 1896 e il 1897, e poi a fondare, nel 1902, presso la sua casa di S. Trovaso di Preganziol (TV), un suo laboratorio di fusione, in un’avventura imprenditoriale “romanticamente avventata”.

La piccola officina partorirà solo poche fusioni, tra cui le sopraccitate tre campane di Padernello, altre tre per la chiesa della Madonna della Salute di Venezia (non più esistenti) e qualche campanello d’altare (un esemplare, fuso nel 1905, sopravvive presso la parrocchiale di Povegliano, provincia di Treviso). Possiamo attribuire l’esiguità delle realizzazioni con una buona sicurezza a quella che era la situazione dell’arte campanaria triveneta in quel periodo di grande fermento. In una “piazza” abitata da “giganti” del calibro dei Colbachini di Padova e Bassano, di De Poli di Vittorio Veneto e di Cavadini di Verona, giusto per tenersi alla sola area strettamente veneta, il Cargnel, piccolo per dimensioni produttive e di recente fondazione, risultava poco appetibile alle parrocchie. Fu proprio questo suo scarso riscontro commerciale il male incurabile della ditta, che chiuderà i battenti nel 1908, dopo solo 6 anni di attività, facendo sparire nella nebbia dei tempi il nome Cargnel come fonditore di campane.

Il pittore continuerà a dipingere con buon successo per il resto della sua vita, muovendosi con la moglie e i figli Lucio (che sarà a sua volta pittore) e Vittorina, prima da Preganziol a S. Bona di Treviso, poi ancora a Sacile (PN) fino a stabilirsi a Milano dove morirà il 13 giugno del 1931, a 59 anni.

Osservando il piccolo concerto padernellese, ad oggi l’unico integro di cui si ha notizia documentata, possiamo capire il modo di lavorare di Cargnel e la sua idea di campana. Se la sagoma e la struttura tonale risultano imperfette, che ricorda molto certe fusioni veneziane, lo stesso non si può dire dell’apparato decorativo: qui la mano dell’artista si esprime chiara con raffigurazioni decisamente interessanti ad espressive anche se appena abbozzate, e decori chiaramente ispirati all’origine del pittore, alle collaborazioni lagunari e al gusto del periodo con decorazioni floreali liberty e di sapore neogotico, che creano un insieme gradevole alla vista.

Andando a concludere questa nostra, in molteplici sensi, pittoresca storia di campane, possiamo solo auspicare che nuove ricerche e censimenti possano fare ulteriore luce sulla curiosa figura di Vittore Cargnel, nella speranza di scoprire di più della sua appassionata avventura campanaria, piccolo ma per certi versi significativo tassello nel grande mosaico dell’arte italiana del fondere campane.

Tommaso Furlan